mercoledì 21 gennaio 2009

Io e la nonviolenza










Lontana primavera del 1976: in un prestigioso educandato palermitano un’acerba ragazzina al penultimo anno di liceo, anziché ascoltare la solita lezione di greco o di filosofia, viene convocata con le sue compagne nel grande salone della scuola dove la direttrice presenta un uomo con splendidi occhi chiari, altissimo, ieratico, vestito con una tunica cucita a mano, la cui figura emana un grandissimo fascino. Quell’uomo era Lanza del Vasto, fondatore in Europa della nonviolenta Comunità dell’Arca, discepolo di Gandhi, che lo ribattezzò Shantidas/Servitore di Pace. La ragazzina ero io. Risale ad allora il mio innamoramento, il mio interesse profondo per la nonviolenza. Ho cominciato a leggere, a informarmi, a pensare: Lanza del Vasto intanto, e subito Gandhi, e Capitini, e Marthin Luther King. E le riflessioni di Jean Marie Muller, di Johan Galtung, di Giuliano Pontara. E le attuazioni pratiche di Don Milani e di Alex Langer. E di Danilo Dolci, nella mia difficile terra. E la testimonianza coraggiosa di Dietrich Bonhoeffer e di Franz Jägerstätter. Nel buio dell’attuale momento storico, forse con freschezza e convinzione maggiore dei miei diciotto anni di allora, mi appare sempre più chiaro che la politica, la pedagogia, l’etica, persino l’economia e la tecnologia, o saranno profondamente e autenticamente nonviolente o non saranno affatto. La dimensione nonviolenta, che si fonda sulla fede nella profonda unità del genere umano, è in grado di indicare creativamente nuovi cammini e nuove relazioni tra le persone, tra gli uomini e le donne e la natura, tra l’umanità e una possibile dimensione spirituale. La nonviolenza è forse l'indispensabile chiave di volta per la fondazione di un rinnovato umanesimo, che progetti nuovi modelli di vita e una nuova etica della cittadinanza, basata su un rapporto armonico con la natura e gli altri esseri viventi.




(...)




(pubbl. in "La non violenza è in cammino" n.183 del 28.9.2008, giornale telematico)




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