lunedì 16 gennaio 2017

Bandiere tibetane a Pizzo Sella

Centro buddista a Pizzo Sella - Palermo (foto: "La Repubblica")
        Le villette abusive di Pizzo Sella, promontorio sul golfo di Mondello, sono uno dei tanti scempi di territorio palermitano operato dalla politica collusa con la mafia: edificate alla fine degli anni ’70 (con licenze concesse a una società intestata alla sorella del boss Michele Greco), hanno deturpato in modo orrendo la collinetta. Nessun Tribunale ha potuto ordinarne la demolizione, poiché nel 2015 è stato riconosciuto, a molti dei proprietari, l’acquisto degli immobili in buona fede. Ci proveranno le bandierine di preghiera tibetane a restituire armonia al promontorio: il Comune di Palermo ha assegnato infatti una villetta confiscata al centro Muni Gyana e ad altre sette associazioni buddiste. A dicembre scorso il centro è stato visitato dal Venerabile Lama Monlam, che ha ricordato i capisaldi della concezione buddista: la pratica nonviolenta, il rispetto e la compassione per tutti gli esseri viventi. Che, da Pizzo Sella, l’ottuplice sentiero illumini e benedica Palermo.                                                                                                         
                                                             Maria D’Asaro: “100NOVE” , n.2 del 12.1.2017

    

venerdì 13 gennaio 2017

La vera storia di Peter Pan

Chi sono i bambini smarriti? Perché tutti i bambini crescono, tranne Peter Pan? La sua vita, “fatta di voli, di fate, d’incanto” è davvero gioiosa? E’ possibile coniugare crescita e felicità? Nel saggio La vera storia di Peter Pan (Cittadella Editrice, Assisi, 2016, €9,50), lo psicoterapeuta Giovanni Salonia, il prof. Antonio Sichera e le docenti Dada Iacono e Gheri Maltese analizzano il celebre racconto di Barrie, “uno dei testi più incompresi e mistificati della letteratura per bambini”, offrendoci un’avvincente disamina delle ragioni della mancata crescita di Peter Pan e invitandoci a percorrere nuovi sentieri verso un altro “pensiero felice”.
Giovanni Salonia rilegge la storia fantastica di Peter alla luce della psicologia della Gestalt, secondo cui la “matrice della crescita è proprio ciò che accade tra i corpi, ovvero l’intercorporeità”. Peter Pan, senza il contatto caldo e fecondo col corpo materno, si è costruito un mondo a parte “senza una base o un ancoraggio concreto. Un mondo fantastico, per supplire alla mancanza del corpo della madre (e del padre). (…) Peter non sa che se fosse stato baciato da sua madre sarebbe cresciuto. Sarebbe diventato grande in modo gioioso. Se baciati, si cresce per condividere con altri la gioia del bacio, dello stare insieme.” Ecco allora l’efficace chiave interpretativa di tutto il racconto: "Chi è Peter Pan? Un bacio mancato. Sono i baci mancati (non-dati e non-ricevuti) che lasciano nel cuore una profonda nostalgia dell’infanzia”. E dunque: “Il segreto della crescita dei bambini sono i baci dei genitori. (…). Un bambino non baciato non saprà di avere un corpo, di essere incarnato nel tempo e nello spazio.” 
A questa sapiente interpretazione, segue quella del prof. Sichera che, attraverso la ricerca delle parole più frequenti del romanzo, ce ne offre un’illuminante analisi semantico/lessicale: il verbo «cry», con le sue complessive 181 ripetizioni, ci suggerisce che “il dire dei personaggi del capolavoro di Barrie appare (…) riportato ai registri ancestrali della voce infantile, dove il corpo è innanzitutto soggetto di grido, di lamento, di pianto”. Scopriamo poi che «time» è il sostantivo più diffuso, anche se nel racconto “il tempo è il vettore di una crisi (…): l’isola di Peter, la sua Neverland è alla lettera un mondo senza tempo, dove quel che accade è un’esperienza priva di ground”: infatti “a mancare in Peter Pan è proprio un vissuto integrale e unitivo del tempo in tutte le sue dimensioni”. Le 48 occorrenze di «house» e le 42 di «home» ci inducono poi a “immaginare tutta l’azione del romanzo come un grande epos infantile impiantato su una partenza e su un ritorno (…) come a dire che a casa bisogna tornare, a un certo punto, al di là di tutto”. E quindi “tutto l’edificio di Neverland e delle sue fatate avventure si basa su un desiderio ferito, che nasconde il proprio volto dolente e prostrato dietro la leggerezza di un volo, verso un’isola che è figura fiabesca di un esilio”. Peter Pan risulta allora, in ultima analisi, un “romanzo ostruito (…) che non ammette cioè nessuna evoluzione. La vita si ripete, ma rimane sospesa.” Come aveva sottolineato Salonia: “Wendy crescerà, avrà un cuore, ma perderà la spensieratezza, l’innocenza, e non riuscirà più a volare. (…)Peter invece non crescerà. Continuerà a far sognare un mondo che vola, ma rimarrà senza cuore. (…) La storia di Peter termina con l’amara convinzione che non è possibile congiungere infanzia e adultità, piacere e dovere, emozione e ragione, principio dionisiaco e principio apollineo, Wendy e Peter Pan.”
Ma se, anche a causa della sua devastante storia personale (uno dei fratelli, David, muore a 14 anni, rubandogli l’infanzia e l’affetto materno), James Matthew Barrie non è riuscito a far crescere Peter Pan, Giovanni Salonia ci propone una diversa via di salvezza: esorta mamme e papà, e i lettori tutti, a crescere essi per primi per favorire il volo dei bambini verso la vita adulta: così “Peter Pan è come un nuovo orizzonte aperto sulla crescita … degli adulti” e sugli “adultescenti” di oggi, così ben tratteggiati da Rosella De Leonibus nella prefazione.
Ci congediamo da quest’imperdibile saggio con la chiusa magistrale del prof. Sichera: “l’avverbio slightly”, con le sue 48 occorrenze (…) ci lascia con il sapore della leggerezza, di quella levità che secondo il narratore si paga con «l’heart-less», con l’essere senza cuore. Ma sappiamo bene che nel fondo inespresso del Peter Pan si annida la speranza (contro ogni speranza) di un volo leggero e spensierato, riscaldato dal fuoco dell’affetto e non segnato dal bisogno della fuga. Dove il cuore e la levità si incontreranno, lì Peter troverà il suo indicibile compimento. Ci sia dato, nella vita nostra, dei nostri compagni e dei nostri figli, di esserne testimoni”.   

                                                    
                                       Maria D’Asaro, “100NOVE” n.2 del 12.1.2017, pag.31

lunedì 9 gennaio 2017

Grazie, prof. Zygmunt Bauman

      Il 6 dicembre 2016 lo aspettavamo al Teatro Biondo, a Palermo, invitato dal CIDI (Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti). Non ce l’ha fatta a esserci, perché non stava bene. Gli siamo debitori di tante importanti intuizioni sociologiche e filosofiche. 
Grazie, prof. Zygmut Bauman.

(citazioni tratte da wikiquote)
Penso che la cosa più eccitante, creativa e fiduciosa nell'azione umana sia precisamente il disaccordo, lo scontro tra diverse opinioni, tra diverse visioni del giusto, dell'ingiusto, e così via. Nell'idea dell'armonia e del consenso universale, c'è un odore davvero spiacevole di tendenze totalitarie, rendere tutti uniformi, rendere tutti uguali. Alla fine questa è un'idea mortale, perché se davvero ci fosse armonia e consenso, che bisogno ci sarebbe di tante persone sulla terra? Ne basterebbe una: lui o lei avrebbe tutta la saggezza, tutto ciò che è necessario, il bello, il buono, il saggio, la verità. Penso che si debba essere sia realisti che morali. Probabilmente dobbiamo riconsiderare come incurabile la diversità del modo di essere umani.
L'attenzione verso il corpo si è trasformata in una preoccupazione assoluta e nel più ambito passatempo della nostra epoca. (da La società dell'incertezza)
L'estensione della responsabilità di cui «La società del rischio» ha bisogno e di cui non può fare a meno se non al costo di esiti catastrofici non può essere argomentata o favorita nei termini che sono più comuni e approvati nel nostro tipo di società: quelli dello scambio equo e della reciprocità dei benefici. Qualunque altra cosa si vuole che sia la morale cercata, dev'essere prima di tutto un'etica dell'autolimitazione. (da Le sfide dell'etica, Feltrinelli, Milano, 1996, p. 224)
La nostra vita è un'opera d'arte – che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no. Per viverla come esige l'arte della vita dobbiamo – come ogni artista, quale che sia la sua arte – porci delle sfide difficili (almeno nel momento in cui ce le poniamo) da contrastare a distanza ravvicinata; dobbiamo scegliere obiettivi che siano (almeno nel momento in cui li scegliamo) ben oltre la nostra portata, e standard di eccellenza irritanti per il loro modo ostinato di stare (almeno per quanto si è visto fino allora) ben al di là di ciò che abbiamo saputo fare o che avremmo la capacità di fare. Dobbiamo tentare l'impossibile. E possiamo solo sperare – senza poterci basare su previsioni affidabili e tanto meno certe – di riuscire prima o poi, con uno sforzo lungo e lancinante, a eguagliare quegli standard e a raggiungere quegli obiettivi, dimostrandoci così all'altezza della sfida. L'incertezza è l'habitat naturale della vita umana, sebbene la speranza di sfuggire ad essa sia il motore delle attività umane. Sfuggire all'incertezza è un ingrediente fondamentale, o almeno il tacito presupposto, di qualsiasi immagine composita della felicità. È per questo che una felicità «autentica, adeguata e totale» sembra rimanere costantemente a una certa distanza da noi: come un orizzonte che, come tutti gli orizzonti, si allontana ogni volta che cerchiamo di avvicinarci a esso. (da L'arte della vita, trad. it., Bari, 2009)

Paura liquida

La fiducia si trova in difficoltà nel momento in cui ci rendiamo conto che il male si può nascondere ovunque; che esso non è distinguibile in mezzo alla folla, non ha segni particolari né usa carta d'identità; e che chiunque potrebbe trovarsi a essere reclutato per la sua causa, in servizio effettivo, in congedo temporaneo o potenzialmente arruolabile. (p. 86)
Le reti di legami umani, un tempo radure ben protette e isolate nella giungla [...], si trasformano in zone di frontiera in cui occorre ingaggiare interminabili scontri quotidiani per il riconoscimento. [...] Complessivamente i rapporti cessano di essere àmbiti di certezza, tranquillità e benessere spirituale, per diventare una fonte prolifica di ansie. (p. 88)
La guerra moderna alle paure umane, sia essa rivolta contro i disastri di origine naturale o artificiale, sembra avere come esito la redistribuzione sociale delle paure, anziché la loro riduzione quantitativa. (p. 102)
La comprensione nasce dalla capacità di gestire. Ciò che non siamo in grado di gestire ci è «ignoto»; e l'«ignoto» fa paura. La paura è un altro nome che diamo al nostro essere senza difese. (p. 119)
La generazione meglio equipaggiata tecnologicamente di tutta la storia umana è anche la generazione afflitta come nessun'altra da sensazioni di insicurezza e di impotenza. (p. 126)
I pericoli che temiamo più sono immediati e dunque è comprensibile che desideriamo rimedi anch'essi immediati: soluzioni «bell'e pronte» che diano sollievo sul momento, analgesici acquistabili anche senza prescrizioni mediche. [...] ci infastidiscono le soluzioni che ci chiedano di prestare attenzione ai nostri difetti e misfatti, che ci impongano – socraticamente – di «conoscere noi stessi». (pp. 142-143)
La vera guerra al terrorismo – che può essere vinta – non si conduce devastando ulteriormente le città e i villaggi semidistrutti dell'Iraq o dell'Afghanistan, ma cancellando i debiti dei Paesi poveri, aprendo i nostri ricchi mercati ai prodotti di base di questi paesi, finanziando l'istruzione per i 115 milioni di bambini attualmente privi di qualsiasi accesso alla scuola e conquistando, deliberando e attuando altri provvedimenti simili. (p. 137)
Chi è insicuro tende a cercare febbrilmente un bersaglio su cui scaricare l'ansia accumulata e a ristabilire la perduta fiducia in sé stesso cercando di placare quel senso di impotenza che è offensivo, spaventoso e umiliante. (p. 153)

sabato 7 gennaio 2017

Gente bella

   
      “Gente bella” è il titolo di un libro in cui, qualche anno fa, in pagine toccanti e incisive, Augusto Cavadi tracciava il profilo di alcuni esponenti de ‘il popolo del bene’: “quella folla anonima, dispersa sulla faccia della Terra, costituita da singole personalità attive nei campi più disparati (…) ed accomunate dalla convinzione che la felicità altrui è il metro della propria gioia di vivere”: citiamo tra essi don Carlo Molari, don Francesco Stabile, Simona Mafai, Giovanni La Fiura, Luigi Lombardi Vallauri, Franco Cassano, Amelia Crisantino; e i compianti Pietro Valdo Panascia, don Pino Puglisi, Francesco Lo Sardo, Giorgio La Pira, Peppino Impastato, tra chi non c’è più.  
     Parafrasando la celeberrima chiusa de “Le città invisibili” di Italo Calvino, l’augurio per l’anno appena iniziato è allora quello di essere capaci di riconoscere, in noi e fuori di noi, i semi del bene: e annaffiarli, e farli durare e dargli spazio.
                                                                         Maria D’Asaro:100NOVE” , n.1 del 5.1.2017

giovedì 5 gennaio 2017

Buon Anno da don Nunzio

         Ecco anche gli auguri di don Nunzio Galantino, segretario generale della CEI (Conferenza episcopale italiana). Articolo apparso  sul "Corserail 31.12.2016.

papa Francesco e don Nunzio (foto di Ornella Giambalvo)
           Sorte diversa è toccata al Capodanno rispetto al trattamento riservato al Natale. Del Capodanno tutti conoscono le ragioni che gli meritano il carattere della festa: segna  di un nuovo inizio. Anche se in tanti continuano ad attribuire al primo di gennaio – tra lo scaramantico e l’ingenuo – la forza di “principio principiante” piuttosto che quella meno pretenziosa di “principio numerico”. A proposito dell’ingenua illusione di chi considera il  primo giorno dell’anno come “principio principiante”, quand’ero ragazzo venivo invitato a comportarmi bene il primo di gennaio … avrei messo così (illudendomi!) una seria ipoteca di bontà su tutto l’anno. Delle vere ragioni che rendono eccezionale il giorno di Natale sembra invece che interessi davvero poco. Mi è capitato di seguire trasmissioni radiotelevisive sul Natale senza però sentire, nemmeno en passant, un richiamo a Gesù di Nazaret. Eppure non ci sarebbe Natale senza di Lui e senza un rimando alla sua nascita! Davvero, come ha detto con la solita franchezza  papa Francesco durante l’omelia della vigilia: «Questa mondanità ci ha preso in ostaggio il Natale: bisogna liberarlo!». Quasi a ricordarci l’amara realtà di un Natale divenuto ormai “altro” rispetto alla sua origine. Soppiantato e sostituito nelle sue ragioni più vere.(...).
        Al di là di tutto, ma senza per niente rassegnarmi al “Natale preso in ostaggio”, entrambe le ricorrenze continuano a rappresentare per me delle straordinarie opportunità. È così che mi piace andare incontro a eventi e ricorrenze che attraversano la mia esistenza. Ed è così che mi piace guardare alla conclusione di un anno e all’inizio di un anno nuovo. Se dalla fine di un anno mi sento invitato a guardare al tempo che è passato, l’anno che incomincia spinge il mio sguardo verso ciò che mi si apre dinanzi, in termini di possibilità e di progetti. «Il tempo – ho letto da qualche parte – viaggia con diversa andatura a seconda delle persone. Con alcuni il tempo procede al passo, con altri va al trotto, con altri ancora al galoppo. Ma con alcuni se ne sta del tutto immobile senza muovere un passo».  Ci sono  persone che vedono fuggire il loro tempo senza riuscire a occuparlo pienamente e c’è chi sta davanti a una giornata che non passa mai, quasi fosse eterna. Vivere il tempo è un’arte, un esercizio, un dovere. Non sempre però abbiamo la sensibilità che trasforma in arte giornate che si presentano sempre uguali a se stesse, non sempre possediamo le energie sufficienti per fare delle ore di cui disponiamo un esercizio che assicura la crescita nostra e degli altri e non sempre veniamo sorretti dalla forza di trasformare le nostre azioni in dovere assolto in maniera retta e consapevole. 
     Proprio per questo, tra i tanti sentimenti che affollano in queste ore il mio animo, c’è posto innanzitutto per la richiesta di scusa a Qualcuno. Sapermi però ancora in cammino e sapendo di poter ancora contare su ore, giorni e tempo mi piace vedere nel Capodanno il “giorno della promessa e dell’impegno” per una Verità da dire, una Vita da vivere, una Luce da accendere, una Strada da percorrere, una Gioia da donare, una Pace  da costruire e da diffondere, un Sacrifico da offrire. Possibilmente con discrezione ma anche con tanta determinazione.
        Davvero faticose si sono rivelate essere le pagine del calendario che ci apprestiamo a riporre! Raccontano di storie che solo la lontananza fisica dai luoghi che noi abitiamo rende appena sopportabili. Sono pagine che portano impressi i volti impauriti e sfigurati dei milioni di bambini, uomini e donne in fuga dalle loro case per sottrarsi a morte certa e  violenta. Pagine che trasmettono l’odore acre di corpi bruciati in chiese o case a causa della loro fede. Ricordano mestamente le lacrime di chi, fino a qualche giorno fa, è stato costretto a piangere la perdita della propria figlia, partita in cerca di realizzazione dei suoi sogni e ritrovatasi schiacciata, oltre che dal peso insopportabile di un camion, dalla violenta stupidità di un fanatico lasciato girovagare per le strade dell’Europa.
      Sulle pagine del calendario che ci apprestiamo a riporre si sono depositate tante macerie e tanta polvere, quella che il terremoto ha levata in alto. La polvere provocata dal crollo di interi paesi anche a causa della ingordigia di chi ha pensato bene (!) di arricchirsi rendendo meno sicuri edifici pubblici e abitazioni private. Per fortuna le pagine del calendario che stiamo per riporre portano anche il ricordo di vite salvate e di generosità mai riposta, di diffusa accoglienza capace di resistere ai discorsi interessati di sciacalli sempre pronti a catapultarsi sui frutti amari della violenza per contribuire a innalzare muri. 
        Alle pagine belle del vecchio calendario veniamo chiamati a dare continuità, rimettendoci in cammino per contribuire a rendere gli spazi che abitiamo luoghi di relazioni pulite e costruttive. Consapevoli che siamo ancora una volta destinatari di un dono. Il dono dei giorni, della vita fisica, della salute del corpo, dell’intelligenza e della brama di sapere posto in ciascuno di noi. Sicuri che davanti a noi si aprono possibilità nuove che attendono di essere accompagnate da buone ispirazioni e consapevoli che ciascuno di noi è chiamato a scrivere, per la parte che gli spetta, le pagine di un nuovo calendario.  
       A proposito, mi piacciono tanto i calendari che riportano solo l’indicazione della data e una breve frase che illumina la giornata. Mi piace pensare che lo spazio bianco di quelle pagine, giorno per giorno, attende di essere riempito da me, spendendomi perché  il lamento non  prevalga sullo stupore e le delusioni non schiaccino l’entusiasmo. Insomma per fare del tempo un tempo sempre nuovo da vivere, della storia una storia sempre nuova da inventare, della vita una vita sempre nuova da inseguire.
      Per questo «Possano le strade farsi incontro a te. Possa il vento essere alle tue spalle. Possa il sole splendere caldo sul tuo viso. Possa la pioggia cadere leggera sui tuoi campi. E, fino a quando non ci rincontreremo, possa Dio tenerti nel palmo della sua mano» (Antica benedizione gaelica).

martedì 3 gennaio 2017

A che gioco giochiamo

Buon 2017 a tutte/i.

            Il primo post dell'anno è dedicato ai cosiddetti  giochi da tavola.   Di cui non sono affatto appassionata: invano i miei figli hanno tentato di coinvolgermi in partite a Monopoli, Risiko e, in seguito, a Terra  Mystica,  Puerto Rico ed Agricola: comincio a sbadigliare dopo i primi cinque minuti di spiegazioni …    
        In compenso i miei ragazzi sono davvero campioni in questo ambito: a loro è dedicata questa breve rassegna ludica.

    
      Un gioco da tavolo è un gioco che richiede una ben definita superficie di gioco, che viene detta di solito tabellone o plancia (…); sulla superficie vengono solitamente piazzati e/o spostati i pezzi che, sempre in assenza di termini più specifici, si diranno segnalini. (…) In sostanza, si potrebbe includere in questa categoria qualunque gioco richieda un tavolo o superficie analoga, ma escludendo i giochi di carte tradizionali, che sono un mondo a sé; oppure ci si può rifare all'espressione (tutto sommato non meno vaga) "giochi in scatola".
     I giochi da tavolo rappresentano un fenomeno piuttosto diffuso nei paesi occidentali come momento di aggregazione, sebbene la loro importanza nella vita sociale dipenda anche dalle tradizioni nazionali. In Germania e nei paesi di lingua tedesca, per esempio, la cultura del gioco da tavolo è molto più diffusa che in Italia. Non a caso proprio la Germania ospita il premio Spiel des Jahres (gioco dell'anno), che è il più importante del mondo.
     Questo genere di giochi ha una notevole importanza come intrattenimento per la famiglia, specialmente per quelli che si prestano a essere giocati a tutte le età; ma non mancano giochi da tavolo le cui regole possono risultare troppo complicate persino per molti adulti (come alcuni wargame), o che richiedono un ragionamento attento e approfondito (come molti classici giochi astratti quali gli scacchi e la dama).

        Alcuni giochi possono essere considerati come simulazioni, più o meno semplificate, di aspetti della vita e del mondo reale, favorendo la finzione e il gioco di ruolo. Esempi celebri di giochi di simulazione includono Monopoli (che è una simulazione del mondo del mercato immobiliare), Cluedo (in cui i giocatori impersonano investigatori sulla scena di un delitto), o RisiKo!, il più celebre e diffuso fra le molte migliaia di giochi che simulano la guerra e la geopolitica. (…).
         
   D'altro canto, alcuni giochi non rappresentano alcuna situazione reale, o alludono alla realtà solo molto vagamente; vengono solitamente detti giochi astratti. Esempi classici includono gli scacchi, la dama, la dama cinese, il go e il reversi, il domino, il mahjong, il mancala, il backgammon. Molti di questi giochi hanno forti connotazioni geometriche o matematiche. In questa categoria si possono anche classificare i giochi di parole come Scarabeo, Verba Game oppure Scrabble e i giochi di indovinelli e domande come Trivial Pursuit.
Giampaolo Dossena, uno tra i massimi esperti di giochi in Italia, ha proposto la suddivisione dei giochi in giochi di ambientazione e di simulazione. I primi sono i giochi il cui regolamento non ha nessun legame specifico con il contesto rappresentato (per es. Monopoli), i secondi, viceversa, rappresentano ricostruzione in meccanismi e procedure di gioco dell'ambito reale di ispirazione (per es. i wargame).

         Un'altra suddivisione dei giochi può essere fatta in ragione della rilevanza dell'elemento casuale, e quindi della fortuna, nelle dinamiche del gioco. Nei giochi a informazione completa la fortuna è in genere completamente assente; una buona parte dei giochi astratti (scacchi, dama, e così via) ha questa caratteristica. Questi giochi hanno una meccanica completamente deterministica: in ogni momento, la situazione di gioco dipende esclusivamente dalle scelte via via operate dai giocatori, e i giocatori hanno tutte le informazioni necessarie per prevedere le conseguenze di tali scelte.
L'estremo opposto è costituito dai giochi di pura fortuna, dove il giocatore in effetti non ha la possibilità di eseguire alcuna scelta strategica; si tratta normalmente di giochi per bambini, come il gioco dell'oca. La maggior parte dei giochi per adulti con componente casuale, invece, si possono classificare come giochi statistici. In questo caso l'elemento casuale è presente ma la sua rilevanza viene ridimensionata dalla legge dei grandi numeri ed è possibile agire strategicamente sulla base di considerazioni statistiche.
I Coloni di Catan
Un altro gioco tipicamente statistico è I coloni di Catan, in cui la probabilità di ottenere un certo risultato casuale è addirittura indicata esplicitamente sul tabellone di gioco. (...)
Sebbene alcuni puristi considerino l'elemento casuale nei giochi poco desiderabile, altri sostengono che il caso, per lo meno nei giochi di tipo statistico, possa condurre a problemi strategici più interessanti e ricchi di sfaccettature attraverso concetti come il valore atteso e la gestione del rischio.
(fonte:Wikipedia, da qui )


Un’altra “storica” distinzione tra i giochi da tavola è quella tra American Games e German Games: nei primi la sorte (lancio dei dadi, ad esempio) ha un ruolo molto forte, l’ambientazione è determinante, i giocatori sono molto coinvolti emotivamente: le persone con cui si gioca sono “nemici da battere”. Nei giochi americani la logica è: “annienta l’avversario prima che l’avversario annienti te”. Esempio tipico di gioco americano è RisiKo. 
American game: RisiKo

German Game: Agricola 
Da qualche decennio, i tedeschi hanno esportato una nuova filosofia ludica: dopo che hanno perso due guerre mondiali, hanno lanciato sul mercato giochi con un nuovo assetto ludico/strategico: l’avversario non è più un nemico da annientare, ma un rivale con cui confrontarsi nell’ambito di “risorse” e strategie di gioco da saper gestire. Scompaiono i dadi (l’elemento casuale), compaiono appunto le risorse, da aumentare e/o governare con intelligente attenzione. Ogni giocatore è impegnato a costruire, pianificare e portare avanti la sua strategia che lo porterà alla vittoria se risulterà migliore di quella degli altri. Esempi tipici di giochi “tedeschi” sono Puerto Rico e Agricola. (fonte: mio figlio Riccardo)
  
Ecco poi due siti che si occupano di giochi da tavola (ringrazio Luciano e Riccardo per le segnalazioni):


Infine, se siete curiosi di conoscere quando e dove è nato RisiKo, cliccate qui 

giovedì 29 dicembre 2016

Che cosa ci salva? I baci e gli abbracci.

Cosa portare con noi nel 2017?
La voglia di sorridere e di sperare.
La battaglia tenace per la salvaguardia dell’ambiente.
Lo sforzo di riflettere con umiltà su quanto accade, aperti al confronto con gli altri.
Il rispetto, la misericordia e la compassione per tutte le creature.
E, come ci suggerisce Giovanni Salonia in La vera storia di Peter Pan (Cittadella Editrice, Assisi, 2016, €9,50) i baci e gli abbracci, specialmente - ma non solo! - per i bambini:

Chi è Peter Pan? Un bacio mancato. Sono i baci mancati (non-dati e non-ricevuti) che lasciano nel cuore una profonda nostalgia dell’infanzia (p.19). Ogni bacio mancato della nostra infanzia è il nostro Peter Pan. Ecco perché Peter Pan è simpatico a tutti: perché richiama – nel nostro corpo – i baci sognati e non avuti della nostra infanzia (p.21).
Il segreto della crescita dei bambini sono i baci dei genitori. E’ la mancanza dei loro baci a rendere problematica la crescita dei bambini. Un bambino non baciato non saprà di avere un corpo, di essere incarnato nel tempo e nello spazio (p.18)
Peter non sa che se fosse stato baciato da sua madre sarebbe cresciuto. Sarebbe diventato grande in modo gioioso. Se baciati, si cresce per condividere con altri la gioia del bacio, dello stare insieme. (p.20) Il diventare adulto diventa attesa e gusto per il bambino se ha potuto sine alla fine sperimentare la gioia di essere un bambino: visto, accudito, baciato. L’infanzia mancata lascerà sempre nel cuore un vuoto grande, tale da bloccare la crescita (p.25). I bambini che hanno ricevuto più baci sono quelli più pronti a crescere (p.35). 

Così il pensiero felice diventa finalmente la capacità di dare un volto all’Isola-che-non-c’è (la mamma, l’abbraccio, il bacio) e diventa la possibilità di sperimentare la pienezza della vita (p.70, a cura di Dada Iacono e Ghery Maltese).


domenica 25 dicembre 2016

Permesso, grazie, scusa: Buon Natale da "100nove"

     Papa Francesco ha consigliato alle coppie l’uso quotidiano di tre paroline per superare le inevitabili difficoltà;  ecco le tre parole magiche: permesso, grazie e scusa.  Ma questi termini, spia positiva della nostra buona disposizione interiore, andrebbero comunque considerati e utilizzati in ogni contesto relazionale. Infatti, in essi sono racchiuse verità preziose, che fondano e sostengono qualsiasi relazione: la parola “permesso” implica il riconoscimento dell’altro come misteriosa diversità a cui avvicinarci in punta di piedi; la parola “grazie” contiene la gratitudine, la gioia e la meraviglia per ciò che l’altro/gli altri liberamente ci donano; “scusa” è la parola che riconosce il limite, la fragilità, l’imperfezione, l’errore; “scusa” è il termine che ci permette di riprendere il filo della relazione da dove era stato interrotto. Il miracolo che vogliamo è che questi tre vocaboli siano utilizzati non solo dalle coppie, ma dovunque: a scuola, per strada, in politica. Buon Natale a tutti.
                                                                               
                                                                             Maria D’Asaro,100nove” n.48 del 22.12.2016

venerdì 23 dicembre 2016

Buon Natale da clarinetti, chitarre, pianoforte e violini

      Mercoledì 21 dicembre, ore 16.00: Concerto di Natale alla scuola media “G.A. Cesareo" di Palermo, grazie ai colleghi Anna Maria, Carla, Filippo e Giorgio e soprattutto grazie agli splendidi alunni del corso N.
     E un grazie sentito a Maria Di Naro, Preside for ever, che, alcuni anni fa, ha lottato perché il MIUR  concedesse alla nostra Scuola una sezione a indirizzo musicale.
Al di là di troppi vuoti proclami, di tanta modulistica astrusa e fredda, questa è davvero buona scuola. Buona scuola sono gli alunni che studiano, i docenti che lavorano con sacrificio e passione, il personale amministrativo che collabora sempre e comunque, i presidi che credono in una comunità educante.
    E, quindi, forza "Cesareo"! La buona scuola siamo noi.



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lunedì 19 dicembre 2016

Insegnare la felicità

Il violinista blu - Marc Chagall (1947)
     Sebbene datato (scritto l’11.12.2015), ecco l’interessante articolo sul “Corsera” di Emanuela Di Pasqua: “C’è una scuola elementare vicino a Birmingham, in Inghilterra, dove i bambini non imparano solo a leggere e a far di conto, ma dove si insegna l’arte della felicità. Qui «happiness» è una materia curricolare, un’ora di lezione accanto alle altre. Tutto è cominciato dopo la morte di un genitore che aveva quattro figli nella scuola; la scuola allora ha chiamato Jules Mitchell, «coach» esperta in resilienza, la capacità di rispondere positivamente ai traumi. La Mitchell ha allestito un Happiness/Lab per aiutare lo staff scolastico a gestire il grave lutto che aveva colpito i bambini: canzoni gioiose urlate a squarciagola, giochi di gratitudine, corsi di autostima, danza liberatoria e meditazione; (…) gli insegnanti hanno imparato le tecniche migliori per aiutare i bimbi a stare meglio con se stessi.” 
     Un’ora di felicità? La buona scuola potrebbe averne bisogno.
             Maria D’Asaro, “100nove” n.47 del 15.12.2016