lunedì 22 agosto 2016

Legalità: Niente di personale ...

Gandhi
    Il grande merito di un piccolo libro – Legalità, a cura del prof. Augusto Cavadi (Di Girolamo, Trapani, 2013, €7) -  è quello di condensare chiaramente in poche pagine i concetti essenziali di un’idea e una pratica, quella di legalità appunto, spesso fraintesa e poco “agita” dagli italiani. Nel saggio, l’autore ci ricorda innanzitutto che le leggi sono l’impalcatura della convivenza sociale e della democrazia e che nascono per difendere i diritti di tutti, soprattutto dei meno forti e dei meno fortunati. Cavadi chiarisce poi la differenza tra legalità e legalismo, sottolineando che la legalità può degenerare in legalismo se non si accompagna alla saggia ricerca della giustizia: “Una legalità senza ricerca della giustizia è una legalità morta, senza speranza. La sfera giuridica non è autonoma rispetto alle più ampie sfere dell’agire politico e del giudizio etico.” La legalità quindi rimanda alla giustizia come suo fondamento e alla politica per il suo pieno compimento.
      Cosa deve fare quindi un buon cittadino? Il libretto propone un convincente sentiero esistenziale che comporta sinteticamente tre tappe importanti: 1) conoscere le leggi: “L’arte di vivere la legalità (…) non può che iniziare dalla conoscenza, da una corretta e completa informazione delle norme”; 2) discernerne il fondamento alla luce di alcuni strumenti importanti, quali la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la Costituzione italiana; 3) rispettare le leggi se non sono in contraddizione con i predetti ordinamenti legislativi: “Quando una norma, stabilita seconde procedure legali, non confligge con la nostra coscienza morale, essa va rispettata con fedeltà.” Di conseguenza, come ulteriore fattore di ricchezza immateriale, dovrebbe rientrare nel ”pacchetto” di componenti del PIL, oltre alla quantità di beni e servizi di uno Stato, anche: “il grado di convinzione con cui i cittadini condividono le sue regole”. Infatti “senza una legalità democratica interiorizzata – vissuta non per paura delle sanzioni, ma  come fattore irrinunciabile di bene comune – tutti gli altri tesori di una civiltà poggiano su basi instabili.”  A sostegno delle sue affermazioni, Cavadi cita Gandhi che, pur ribadendo che la disubbidienza civile è un diritto intrinseco del cittadino, afferma: «Un democratico è un amante della disciplina»; di conseguenza solo chi normalmente obbedisce alle leggi acquista il diritto alla disobbedienza civile: “Solo chi dimostra di sapere rispettare le leggi giuste a costo di rimetterci soldi, carriera, la stessa vita, ha il diritto di opporsi … a quelle leggi che, dopo un attento esame e un sereno confronto con gli altri cittadini degni di fiducia, gli dovessero risultare ingiuste e/o immorali.” Infatti “opporsi alle leggi ingiuste è un diritto, ma … anche un dovere. I martiri di tutte le religioni lo hanno dimostrato”. C’è poi una cartina di tornasole che ci consente di distinguere la resistenza per ragioni etiche a norme sostanzialmente ingiuste dal ribellismo per ragioni di interesse privato: “Chi resiste alla legalità ingiusta è disposto a pagare le conseguenze della propria disobbedienza (…) Nei casi estremi … è disposto persino a lasciarsi uccidere per denunziare il vero volto dell’istituzione che traveste di legalità la sua volontà di dominio e di oppressione.” 
    Le pagine finali del libro, che presentano anche una panoramica sui diversi volti dell’illegalità, sono un vibrante richiamo alla partecipazione politica, l’unica possibilità che, in un sistema democratico, consente di mutare una legislazione imperfetta in una migliore: “La politica è la risposta creativa senza la quale ogni possibile resistenza all’illegalità istituzionale o si spegne per stanchezza o diventa eversione distruttiva.” Cavadi invita quindi i lettori a un paziente e vigile esercizio di partecipazione democratica, a partire dalle assemblee di condominio e da quelle del Consiglio comunale per arrivare ai contesti legislativi istituzionalmente più ampi ed elevati, evitando le sirene dello scoraggiamento, del qualunquismo, dell’astensionismo e la tentazione della delega in bianco.
Umberto Santino
      Chiudendo allora Legalità, libretto prezioso che merita di essere adottato come ausilio educativo/didattico in tutte le scuole superiori del nostro paese, ci rimangono alcune preziose “perle” civiche: la consapevolezza del legame ineludibile tra legalità, giustizia e politica e il desiderio di offrire il nostro personale contributo all’aumento del PIL, inteso stavolta come Prodotto Interno di Legalità. Perché, come ci ricorda lo studioso Umberto Santino nella citazione all’inizio del libretto: “Gli eroi (come Socrate, come Giacomo Ulivi, partigiano morto nella lotta di liberazione contro un regime ingiusto) continueranno a morire se gli uomini comuni non impareranno a vivere.”                  

                                         Maria D’Asaro:  20.8.2016. giornale telematico Nientedipersonale;
                                                                        a questa pagina: Legalità di Augusto Cavadi.
                           


mercoledì 17 agosto 2016

Il meteo, nel blu dipinto di blu


Non so a voi, ma a me le previsioni del tempo affascinano e commuovono.

Sono ammaliata dal meteo, dalle frasi solite pronunciate con tono morbido e rassicurante:

“Nuvolosità in attenuazione, cielo praticamente sereno in tutta la penisola.”
“Salvo parziali velature, giornata nel complesso stabile, dal punto di vista delle temperature.”
“Le temperature non subiranno variazioni di rilievo, a eccezione di un lieve aumento dei valori minimi”
“Cielo sereno con tempo stabile e soleggiato.”

Oppure:
“Cieli caratterizzati da estesa copertura nuvolosa, per tutto il periodo”.
“Al Sud tempo variabile; tendenza, nel pomeriggio, al miglioramento. Ventilazione sostenuta, ma in attenuazione”.
“Il tempo si presenterà velato. Temperature all’insegna della stabilità, nubi in arrivo con precipitazioni associate. Addensamenti compatti sulla Sardegna.”

E poi su vento e mari:
“Ventilazione moderata, con brezze leggere provenienti  dai quadranti meridionali”.
“Mari prevalentemente calmi, ventilazione debole regolata dai quadranti occidentali”.

Le previsioni  estive siciliane si concludono poi con la splendida frase rassicurante, che sopisce le nostre ancestrali paure bambine relative a un imminente, eventuale sconvolgimento apocalittico:
“Cielo luminoso di giorno, stellato di notte”.

«Grazie per l'attenzione e buon pomeriggio»
Nei lontani anni  ’90, mia madre e io avevamo in comune un amore impossibile. Eravamo entrambe innamorate di Augusto Lombardi, che ci deliziava con le previsioni del tempo su Rai Tre:


Azzurro


Giallo


Nel blu dipinto di blu


lunedì 15 agosto 2016

Omaggi, anzi o-agosti, a blog da mare (e d'amare ...)

... che non chiudono neppure a Ferragosto:

Il blog dell’amico Augusto Cavadi con le sue preziose riflessioni etico-filosofiche:


Lo spumeggiante blog di Santa, con cibi e profumi della Calabria.



First Versions, il sito in inglese con le prime versioni di un po’ di tutto:




E, infine Nine hours of separation, il blog della traduttrice/scrittrice Silvia Pareschi che, a maggio, ha presentato al Salone del Libro di Torino il suo libro ""I jeans di Bruce Springsteen".

Qui il “mio” mare:








venerdì 12 agosto 2016

I nuovi barbari

      Prima della strage di Nizza e dei successivi attentati che hanno insanguinato altri stati, l’Italia si è vestita a lutto per il terribile incidente ferroviario accaduto il 12 luglio a Corato, vicino Bari. Questo il commento, udito il giorno dopo la tragedia, in un market di Palermo, dove il proprietario, rivolto a impiegati e avventori, affermava: “Ci vogliono le bombe per tutti a Montecitorio: pure per le donne deputato, anche se incinte ... Devono crepare tutti quei farabutti." Il negoziante si riferiva alle responsabilità della politica di non aver avviato i lavori relativi al raddoppiamento della linea ferroviaria; ma la sua violenza verbale rivela il sentimento viscerale di odio insofferente verso chi ci governa. Poiché, come ricorda Gandhi “Occhio per occhio rende il mondo cieco”, alle persone di buona volontà il difficile compito di canalizzare la rabbia dei cittadini, lavorando per una politica che sia davvero servizio efficace alla società.

                                                                               Maria D’Asaro: “Centonove” n.31 del 4.8.2016

sabato 6 agosto 2016

Siamo quello che doniamo

San Francesco Saverio - Palermo
      (...) Alla domanda Chi sei tu? Chi siamo noi? dobbiamo riconoscere che la tentazione che ci accompagna sempre è quella di rispondere: Io sono colui che ha delle cose … che possiede, che dispone delle cose. E c’è una specie di rincorsa personale e mondiale a chi possiede di più. Abbiamo continuato a coltivare questo mito, che l’uomo è ciò che possiede: soldi, case, azioni finanziarie, possedimenti … C’è una specie di rincorsa nella quale un po’ tutti ci troviamo contagiati, se non altro perché invidiamo coloro che hanno e hanno sempre di più. E quindi sotto sotto, anche se diamo a vedere di non pensarla a questo modo, ci trasciniamo atteggiamenti di invidia: pensiamo che l’uomo è colui che possiede, che può ostentare di fronte agli altri, come se la sua qualità di vita fosse non lui, ma ciò che possiede, le cose. In questo modo si offende lui stesso: perché è come se uno dicesse: Io valgo perché possiedo 100.000 euro. Ma allora non sei tu che vali: valgono i 100.000 euro! Il tuo valore consiste allora nei soldi che possiedi? Vergognati …
       Sarebbe più semplice dire: Io valgo per quello che sono: persona di relazioni sincere, affettuose, generose … mi piace condividere con gli altri, mi piace dedicare tempo agli altri, mi piace coltivare rapporti di amicizia, di servizio. Il passaggio ulteriore che ci invita a fare Gesù è non solo Io valgo per quello che sono, ma Io valgo per quello che so donare. 
      Il donare è l’espressione della vera maturità della persona. Si cresce per davvero e si smette di essere bambini da quando – se ciò avviene, potrebbe non avvenire mai – si comincia a scoprire di essere portatori di gioia agli altri. I bambini tendono ad accaparrarsi le cose: questo giocattolo è mio e ci gioco solo io … Per i bambini questo ha senso perché dà loro sicurezza. Si può restare eterni bambini se si continua a coltivare quest’atteggiamento di accaparramento, di possesso. Si diventa adulti, in questo caso nel Vangelo, dal momento in cui cominciamo a scoprire che siamo ricchi da poterci donare, da poter regalare noi stessi agli altri. In genere, spessissimo, questo lo fanno con una certa naturalezza i genitori (...). Ma questa condizione di essere adulti ci riguarda tutti, ma è una profezia, perché la realtà non va in questa direzione …  Io valgo per quello che so dare agli altri. Qualcuno potrebbe pensare di non avere niente da dare: non è vero, non è vero. Ognuno di noi ha il suo tempo da donare agli altri: ascoltando, parlando, camminando insieme. Il tempo, la tua intelligenza, la comunicazione delle tue emozioni, i tuoi pensieri belli, la tua compagnia, la tua vicinanza. E tutto questo a costo zero! Poi, se possiedi qualcosa, pensa a quelli che non hanno davvero niente …
        Ecco perché Gesù si rifiuta di intervenire su un problema di eredità. E’ la situazione classica: a causa dell’eredità si dimenticano i rapporti di parentela, i rapporti di amicizia e i soldi rompono i rapporti. Gesù ci dice: Non sono venuto per questo. Finché vi attaccate all’eredità, finché vi attaccate al possesso, vi troverete nemici gli uni degli altri … D’altra parte, sia il concetto di proprietà privata, sia il concetto di eredità – che sembrano concetti ovvi – sono pericolosissimi, perché ci possono far dire: Ho ricevuto questo in eredità. Sono proprietario di mezzo mondo e me lo tengo … E se gli altri muoiono per indigenza? Non posso farci niente. Questo è mio. L’ho ereditato. Ugualmente per il concetto di proprietà privata, su cui spesso abbiamo costruito costruzioni pericolosissime. Gesù ce le contesta, queste cose, sia il concetto di eredità, sia il concetto di proprietà privata: Sai donare agli altri? Vali. Non sai donare? Stai perdendo tempo. Stai sciupando la tua vita, anche se ti seppellisci sotto una montagna di averi, di soldi, di cose. Stai soffocando sotto i tuoi possessi. Invece vivi tanto più, quanto più  riesci a dare vita agli altri.
     E allora, care sorelle e fratelli, questo tempo di riposo e di riflessione – se l’avremo – dedichiamolo alle nostre relazioni, alla qualità delle nostre relazioni, torniamo a ciò che è essenziale. Cominciamo a chiederci che cosa siamo disposti a dare agli altri, a partire dai nostri cari che abbiamo vicino a noi, ma anche allargando il nostro sguardo: cosa siamo capaci di dare?
     E’ un esercizio diverso da quello a cui ci vuole abituare la pubblicità o lo scenario quotidiano di ciò che avviene intorno a noi. Dovremmo invece gareggiare a chi sa donare. Non dico di più, perché non si tratta di un fatto quantitativo, ma a chi sa donarsi sempre meglio agli altri. Se potessimo dedicarci a riflettere su questo, questo certamente migliorerebbe i nostri rapporti con le persone più vicine a noi e poi, a poco a poco, allargheremmo rapporti migliori anche con i più lontani. 

 (il testo - sintesi dell'omelia di domenica 31.7.2016, chiesa di san Francesco Saverio, Palermo -  non è stato rivisto dall’autore, Cosimo Scordato: eventuali errori o omissioni sono della scrivente, Maria D’Asaro, che si assume pertanto la responsabilità delle imprecisioni e manchevolezze della trascrizione)

giovedì 4 agosto 2016

Invisibile





Invisibile
Tessi ancora
I fili eterni
Delle tue trame affettuose
Madre  





martedì 2 agosto 2016

Sicilia bedda


Cappella Palatina - Palermo
       Capita di ricevere ospiti nella tua isola. E di andare con loro ad ammirare il duomo di Monreale, la Cappella Palatina e san Giovanni degli Eremiti a Palermo; e recarti poi anche ad Agrigento, Siracusa, Catania; magari persino sull’Etna. Ed ecco che avviene il miracolo: cominci a guardare alla Sicilia con occhi nuovi. Oltre all’incuria del territorio, al di là dell’immondizia e della pesante ipoteca della criminalità, della tua terra vedi soprattutto le folgoranti bellezze: le vestigia preziose del passato arabo e normanno; la bellezza speciale del tramonto, mentre assisti a una tragedia nella cornice unica del teatro greco a Siracusa; la maestà del barocco a Catania, illuminata dal sole e impreziosita dalla magia del gigante di lava. In mezzo a tanta ricchezza, ti chiedi se noi siciliani non siamo prigionieri di un’atavica maledizione: quella di essere incapaci di coniugare il progresso e una civile convivenza a tale soverchiante bellezza.
       Maria D’Asaro. “Centonove” n.30 del 28.7.2016



Siracusa: teatro greco
           
L'Etna
Isola di Ortigia - Siracusa
Aci Trezza - Catania 
Tempio della Concordia - Agrigento
Giardino della Kolymbethra- Valle dei Templi - Agrigento

sabato 30 luglio 2016

Purity di J.Franzen: te la do io l'America ...

          Inquietante, crudo, moderno, “americano”: Purity di Jonathan Franzen (Einaudi, Torino, 2016, €22, traduzione italiana di Silvia Pareschi) - 637 pagine intense e coinvolgenti che si leggono d’un fiato in maniera quasi compulsiva, salvo il desiderio di tornare indietro per assaporare meglio certi passaggi - è un romanzo la cui dirompente forza narrativa intriga e conquista il lettore. Profondo conoscitore dell’animo umano e della società che descrive, già vincitore nel 2002 del National Book Award con Le Correzioni,  con Purity Franzen confeziona un romanzo “matriosca” che, in sette densi capitoli, intreccia la storia della protagonista - la ventitreenne californiana Purity Tyler, Pip per gli amici, tenuta dalla madre all’oscuro dell’identità paterna e delle sue origini – con i problemi irrisolti dell’America di oggi, con i retroscena e i chiaroscuri del mondo dell’informazione, con gli universi inediti spalancati da una Wikileaks parallela creata dal geniale Andreas Wolf, con viaggi avanti e indietro nel tempo e nello spazio, dalla Berlino est dei decenni antecedenti alla caduta del muro a una Bolivia quasi incontaminata; viaggi che iniziano e fanno ritorno a Oakland, una sorta di ombelico del mondo, a venti chilometri da San Francisco, dove “la nebbia si riversava come un liquido e (…) si spandeva sulla baia e conquistava Oakland strada dopo strada … un cambiamento che vedevi su di te, una stagione in movimento”.
Purity, affresco grandioso della società americana odierna, ma anche spietato flashback sui disastri del comunismo reale, ci mostra le conseguenze nefaste di relazioni prive di amore autentico nelle quali, come ha predetto Sartre, “l’inferno sono gli altri”: “Ogni rimprovero era come uno schizzo di acido sul cervello (…) vivevo il suo dolore psichico come se fosse mio. Il paradiso dell’unione delle anime era un inferno”. I protagonisti del romanzo sono legati infatti da storie quasi sempre dominate dal sesso, nel ruolo di comprimario triste e disperato; relazioni destinate al fallimento perché gli individui, impegnati a combattere demoni interni ed esterni, rimangono chiusi nell’orizzonte claustrofobico della loro parziale visione del mondo: “Discutevamo sempre per nulla. Come se moltiplicando un contenuto zero per un discorso infinito potessimo farlo smettere di essere zero. Per riprendere a scopare avevamo dovuto separarci, e per scopare in modo frenetico e compulsivo avevamo dovuto divorziare. Era un modo di accanirsi contro quel gigantesco nulla a cui ci aveva sempre portato tutto quel discutere”. Franzen è poi bravissimo nell’intersecare dimensione privata e piano sociale e nell’analisi impietosa dell’inconsistenza della sinistra americana e dei meccanismi perversi dell’economia di mercato: “Stephen e i suoi amici, Garth ed Erik, immaginavano un’utopia del lavoro. La loro teoria era che l’aumento della produttività generato dalla tecnologia e la conseguente perdita di posti di lavoro avrebbero inevitabilmente portato a una migliore distribuzione della ricchezza (…). Pip (…) in un certo senso trovava confortante che Stephen e i suoi amici non riuscissero mai a eliminare tutti i difetti del loro piano; che il mondo fosse ostinatamente insanabile come la sua vita.” 
       Non mancano pagine in cui l’autore, in un gioco di specchi persino con se stesso e sicuramente con i colleghi ossessionati dal successo, descrive con irriverente sarcasmo il delirio di uno scrittore che si propone di scrivere il grande libro americano. Franzen rivela inoltre una particolare sapienza nell’offrirci i ritratti psicologici dei vari personaggi e nell’analisi dei rapporti genitori/figli, scandagliati nelle loro pieghe più intime: “Nessuna telefonata era completa prima che ciascuna delle due avesse reso infelice l’altra. Il problema, agli occhi di Pip – l’essenza dello svantaggio che si portava dietro; la presumibile causa della sua incapacità di riuscire in qualunque cosa – era che lei amava sua madre (…) Quello era l’enorme blocco di granito al centro della sua vita.” “Anche sul suo letto di bambina c’erano animali di peluche, un piccolo zoo, e lei e sua madre ci giocavano per ore di fila, prestandogli la voce … la bambina piccola e la bambina grande, quella con i capelli che ingrigivano, quella che lanciava alla piccola timide occhiate di sottecchi”.
Un libro per le vacanze? Sicuramente. Con un’avvertenza: Purity, forse inadatto a palati puritani e buonisti, ci lascia comunque un retrogusto amaro. L’America di Franzen, lungi dall’essere “un pezzo di burro fatto per essere tagliato dal coltello caldo della (nostra) intelligenza”, ha smesso di essere la terra promessa dell’umanità. E non si capisce davvero quali spiragli di speranza possano esserci oggi per le tante Pip che vivono negli USA e, più in generale, per la nostra piatta e insensata società occidentale.          

                                                               Maria D’Asaro:  "Centonove" n.30 del 28.7.2016, pag.30

giovedì 28 luglio 2016

La pomelia, ai tempi dell'orrore


 

         Che faceva nostra Signora mentre a Nizza camion impazziti falciavano la gente e tutto andava a ramengo?Rammendava pigiami sdruciti, preparava lezioni di Geografia per gli alunni, cucinava conserve di pomodoro, consolava le zie centenarie, aggiustava vecchi divani, annaffiava la pomelia, sorrideva al minicucciolo, pelava carote al suo fratellino e lavava i loro peluches, leggeva i saggi di Augusto e recensiva i racconti di Silvia, portava a riparare i pentolini dal manico rotto. 
     E mentre il figlio scienziato cercava la formula esatta per trovare il prossimo numero primo, anche lei continuava a cercare una ricetta: quella per curare questo mondo malato.






martedì 26 luglio 2016

Frederick Douglass, un uomo libero

Frederick Douglass
         Ci sono persone la cui memoria non deve essere cancellata dalla polvere del tempo. 
Frederick Douglass è una di queste. La sua vita, che sembra tratta da un romanzo di avventura, Douglass l’ha vissuta con determinazione e coraggio. Frederick Douglass (1818-1895), fu il primo afroamericano ad essere candidato vicepresidente degli Stati Uniti per il Partito per l'eguaglianza dei diritti. Lui che nacque come schiavo, in Maryland, e fu subito sottratto alla madre e poi alla nonna e venduto a padroni senza scrupoli. Ma a dodici anni la moglie del suo padrone iniziò a insegnargli l'alfabeto, infrangendo così la legge che vietava di insegnare a leggere agli schiavi. Quando il marito se ne accorse, disapprovò energicamente l'iniziativa della moglie, sostenendo che uno schiavo che avesse imparato a leggere sarebbe diventato uno schiavo insoddisfatto della sua condizione e avrebbe desiderato la libertà. Non appena ebbe imparato a leggere, il giovane Douglass lesse quotidiani, materiale politico e libri di ogni tipo che cambiarono il suo modo di pensare, spingendolo a mettere dapprima in discussione e poi a condannare apertamente l'istituto della schiavitù. Quando venne ceduto ad un certo Freeman, Douglass insegnò agli altri schiavi a leggere il Nuovo Testamento: l'interesse degli schiavi per l'alfabetizzazione si rivelò grandissimo. Mentre Freeman tollerava tranquillamente quel tipo di attività, gli altri proprietari di piantagioni invece si infuriarono per il fatto che i loro schiavi stavano ricevendo un'istruzione. Una domenica fecero irruzione tutti insieme armati di mazze e bastoni e annullarono per sempre le riunioni. 
      Douglass tentò varie volte la fuga per conquistare la libertà, riuscendo finalmente a fuggire nel 1838. Nel 1843 Douglass partecipò al progetto delle cento riunioni dell'American Anti-Slavery Society, un programma di incontri pubblici in tutto l'est e il midwest degli Stati Uniti. Prese parte alla Convention di Seneca Falls, momento di nascita del movimento femminista statunitense. L'opera più famosa di Douglass è la prima autobiografia Narrative of the Life of Frederick Douglass, an American Slave, pubblicata nel 1845, in seguito rivista e arricchita. A partire dall'agosto 1845 Douglass trascorse due anni in Gran Bretagna e Irlanda  durante i quali diventò un uomo libero anche in modo ufficiale, quando gli amici inglesi acquistarono la sua libertà dal suo proprietario.
     Douglass credeva che l'istruzione fosse per gli afroamericani la chiave per riuscire a migliorare le loro vite. Per questa ragione fu uno dei primi sostenitori della necessità di abolire la segregazione razziale nelle scuole. Douglass criticò tale situazione e promosse un'azione in tribunale per ottenere che tutte le scuole fossero aperte a tutti i bambini. Dichiarò che l'inclusione nel sistema educativo era per gli afroamericani un'esigenza più urgente e pressante di rivendicazioni politiche come il conseguimento del diritto di voto. Prima dell'inizio della guerra civile (1861-!865) Douglass era diventato uno dei neri più famosi del paese. Durante la guerra servì l'Unione come reclutatore per il 54º Reggimento del Massachusetts. Alla fine del conflitto, Douglass ricoprì diversi importanti incarichi politici. Alle elezioni presidenziali del 1872 diventò il primo afroamericano ad essere candidato per la vicepresidenza degli Stati Uniti, affiancato a Victoria Woodhull, per il Partito per l'eguaglianza dei diritti. La candidatura avvenne però a sua insaputa tanto che, ignorando di essere candidato, non partecipò alla campagna elettorale.     
   Negli ultimi anni della sua vita Douglass cercò con determinazione di stabilire quale fosse stato il vero giorno della sua nascita. Scelse il 14 febbraio perché sua madre Harriet Bailey era solita chiamarlo piccolo Valentino. Secondo i suoi calcoli era nato nel febbraio 1817, ma successivamente degli storici hanno trovato una registrazione che sposta tale data al febbraio 1818. 

Notizie e foto tratte da: wikipedia
Ringrazio mio figlio Riccardo che, mesi fa, mi ha "presentato" Frederick su FB.